Primo Maggio

Primo_Maggio
Ieri ho attaccato un bel pippone a mio figlio ottenne sul primo maggio.
Mi ha chiesto perché si festeggia e allora ho pensato allora di spiegarglielo e alla fine gliel’ho praticamente rovinata. La festa.
Gli ho raccontato che il primo maggio del 1886, che era un bel sabato, sì all’epoca si lavorava anche il sabato, e a dire il vero anche oggi molti lavorano ancora il sabato e allora mi sono subito bloccato perché ho pensato che alla fine siamo quasi tornati al punto di partenza, ma mio figlio, che è un bambino di otto anni non mi stava comunque seguendo perché si era distratto per una palla che gli era rotolata sotto i piedi (le palle rotolano sempre casualmente intorno ai miei figli quando parlo).
Dopo aver allontanato la palla con un calcio ho continuato a spiegargli che in quel giorno ci fu una grande manifestazione per ottenere le otto ore lavorative al giorno, perché una volta si lavorava anche dodici o tredici ore al giorno e lo si faceva per tutta la settimana e a quel punto mi sono di nuovo fermato, non perché una mosca mi stava ronzando fastidiosamente intorno al volto cosa che in effetti mi disturbava, ma perché non sapevo più se quello che stavo dicendo stava succedendo oggi o nel secolo scorso, ma poi la mosca se ne è andata e ho continuato a raccontare la storia del primo maggio a mio figlio che ora mi guardava con gli occhi spalancati, forse perché mi vedeva sempre più perplesso mano a mano che parlavo, e così gli ho spiegato come questa manifestazione che tutti i lavoratori organizzarono nelle piazze non piacque molto ai padroni e alla polizia e in piazza ci furono durissimi scontri e molte persone morirono.
Così per onorare le morti di quei lavoratori si è deciso di festeggiare il 1 maggio.
Non è proprio una festa o solamente un concerto rock. E’ più un giorno di memoria.
Detta più o meno veloce. Tra una palla, una mosca e molti dubbi.
«Come la festa si San Valentino» è intervenuta a quel punto mia figlia Pulce cinquenne.
«Che c’entra San Valentino?»
«E’ una festa anche quella» fa lei.
«Si ma non è dei lavoratori»
«No, quella è mia e di Pietro»
«E chi sarebbe questo Pietro?»
«Il mio fidanzato»
«Ah…» ho detto fingendo indifferenza, «quindi hai già un fidanzato»
«Sììì è Pietro, te l’ho detto papà!» mi ha detto indispettita la Pulce come fosse la decima volte che me lo ripeteva.
Scemo stavo quasi per risponderle.
Ma poi mi son fermato.
Forse ha ragione lei.
Un rivoluzionario in fin dei conti non è anche un grande romantico?
Forse.